Nel sofferente contesto sociale e urbano dei Quartieri Spagnoli di Napoli le donne, di vico Campanile al Consiglio,sono riuscite a trasmettere ai propri figli, alle bambine e ai bambini del vicolo, i valori solidali della comunità di strada e la pratica non violenta dell'arte di arrangiarsi. Una grande "casa famiglia" on the road. Insegnamenti che hanno consentito a quei bambini,ora adulti, di crescere fuori dalla cultura della prevaricazione e dell'arroganza. Questa pagina, attraverso il racconto di quei bambini, è dedicata alla loro memoria, al loro fare in positivo.  

Napoli, ricordi di sopravvivenza urbana

 E’ stata la morte di  mia madre, a luglio 2002, a farci ritrovare.

Non e’ che abbiamo parlato molto, ci guardavamo e guardavamo intorno a noi, c’erano tutti, tutto il popolo del vicolo, anche Alessandro l’ultimo nato, il figlio di Barbarella, che dal passeggino tirava il lembo del copriletto, quasi volesse svegliarla, quella sua nonna, da un sonno profondo e incomprensibile, Barbara  tentava di tenergli inutilmente le mani, con una tenerezza infinita,  continuando a scuotere la testa e sussurrando sottovoce, tra le lacrime, una litania incomprensibile.

Fuori dal basso , dalla strada, non proveniva nessun rumore, il silenzio irreale, scandito dai singhiozzi  toglieva il respiro e riempiva l’aria di angoscia . Quel giorno non moriva solo mia madre  ma anche un pezzo delle nostre radici. Dallo scalino dove ero seduta potevo vedere gli uomini fumare, appoggiati al muro di fronte, sopra le loro teste la targa in marmo col nome della stradina: vico Campanile al Consiglio, quartiere Montecalvario. In quel momento ho pensato: il quartiere ha sempre vissuto al femminile, questo vicolo più degli altri.

Ci siamo riviste un mese dopo, nello stesso basso, per parlare, per non perdere la memoria del passato, per raccontarci e raccontare di nonna Girella, delle altre donne del vicolo, donne che hanno segnato la nostra infanzia, donne che non ci sono più, che erano, per noi bambine, il punto di riferimento. Se siamo sopravvissute alle prove più dure è anche grazie a loro, a ciò che hanno saputo insegnarci, donne forti, ribelli, per certi versi uniche.

E’ a loro che dedichiamo questi ricordi.

Patrizia

 

 

"Margherita à spigaiola”

  

A’spigaiola era per i bambini del vicolo una vera prova di coraggio, irascibile, armata di una stecca di legno, ci teneva tutti sotto tiro da dietro il banchetto di leccalecca, caramelle e ingiuci vari, incastrato dietro la porta del suo basso, tappa obbligata prima di andare a scuola. Davanti alla sua bancarella cessavano tutti i pianti.  Margherita era già anziana, o è sempre così  che me la ricordo. Una cosa che impressionava noi bambini, era il grosso bicchiere di vetro, che teneva poggiato sul bordo del banchetto con dentro la sua protesi dentale, a volte ci infilava dentro, tenendolo tra le dita, anche il suo occhio di porcellana per sciacquarlo dalla polvere, era da brivido trovarsi a comprare in tale frangente, perché Margherita poggiava tutto sul banchetto e con le mani ancora bagnate prendeva prima i soldi e poi mollava la roba, fissandoti sospettosa attraverso gli occhiali spessi di tartaruga, quel buco nero al posto dell’occhio destro sembrava ti volesse succhiare la faccia.

Se la mattina era tutta dedicata a noi, nel pomeriggio Margherita passava a una attività commerciale per un pubblico più “di passaggio”, tirava fuori un’enorme pentolone pieno di spighe bollite, si accomodava su una sedia di legno e paglia e dava la voce  “magnateve a spigh”, a spigh caverè e margherita”, da qui il suo soprannome. In autunno passava alle castagne lesse e ai palluottoli (castagne bollite con tutta la scorza).

In estate indossava sempre un grembiulino da cucina con fiorellini gialli, agitava in continuazione un grosso ventaglio di paglia,  seduta sotto il muro del basso all’ombra delle sue mutande, appese ad una cordicella, ingiallite di piscio,  si “godeva il passeggio”.

Margherita se ne andò alla fine degli anni 80’ in un’afosa giornata d’estate.

 

Monica 

 

 

Tittina “a pisciavinnl”,  la sveglia umana

 

Tittina abitava al numero 19 di vico campanile, dal suo basso usciva perennemente un acre odore di candeggina, era sempre indaffarata a fare bucato, lavava tutto a mano con una passione a noi incomprensibile, si occupava con maniacale dedizione dei suoi nipoti, i figli della sorella Giovanna, che ancora abita nel palazzo di fronte al piano terra.

La chiamavano “ la sveglia umana “ perché ogni mattina  dava la sveglia a tutte le mamme del vicolo che  dovevano accompagnare i figli a scuola. In cambio "del servizio" riceveva caffé e comprensione, sopravviveva con una pensione sociale, il suo basso, un monolocale, era sempre al buio, le pareti erano tappezzate di immagini sacre.

Era una fanatica della pulizia, ricordo che una volta, non riuscendo a trattenersi lavò i pantaloni di “membratura” il nipote più grande, mentre lui dormiva, sfilandoli dalla sedia, questi la mattina dopo uscì urlando in mutande dal basso, non aveva nulla da indossare, la madre che abitava nel basso di fronte, gli lanciò altri vestiti dalla finestra.

Tittina era molto gelosa della sua corda dei panni, raramente vuota, tenuta tesa da una mazza di legno con l’estremità biforcuta, guai a parcheggiare auto o motorini nel suo spazio di lavoro, diventava pericolosa, parlava un napoletano antico pieno di detti e doppi sensi . Si preoccupava sempre che tutti i bambini del vicolo mangiassero veramente, portava subito spia se scopriva qualcuno di noi sputare via il cibo. Non usciva mai dal vicolo, se non per ritirare quella magra pensione alla posta, non ha mai visto piazza Plebiscito, ne la metropolitana. Per Tittina il tempo era tutto per la sua missione di pulizia e sveglia. A volte dimenticando che giorno fosse, dava la voce per la sveglia anche la domenica alle 7.00, immaginate il “casino” che ne veniva fuori nel vicolo.

Si è spenta nell’estate del 2000, uccisa da  un male incurabile.

 

Loredana

 

Girella “a mercante”

   

   Girella, mia nonna, era un po’ l’anima di vico Campanile al Consiglio, il suo basso, casa-negozio, al civico 16 era frequentatissimo. Tra visite, litigi e bisogni vari,  i 4 figli e i 12 nipoti   lo rendevano un formicaio in guerra.  Tre generazioni che sgomitavano tra stecche di sigarette di contrabbando, bibite e calze da donna, in poco meno di 50 metri quadri. Girella era energia pura, mai triste, si “incazzava” se qualcuna di noi si lamentava troppo, diceva che il destino dovevamo costruircelo da sole, che i soldi vanno da chi ha i soldi e che i cani “mozzicano lo stracciato”,  niente piagnistei, ma olio di gomito, insomma aiutati che Dio ti aiuta.  Noi abitavamo nello stesso vicolo, "stazionavamo" nel basso fino a sera , salivamo  a casa nostra, ultimo piano al civico 20,  intorno alle 21,00, lasciando nonna Girella in un campo di battaglia. Mia mamma,  Maria, si attardava per sistemarlo alla meglio. La mia infanzia si è consumata tra il basso e la scuola di suora Addeo, in vico Paradiso. Il pomeriggio sistemavo le bibite vuote e preparavo le razioni di zucchero e caffè  che Girella vendeva a peso, a seconda se la macchinetta del caffè era per 2, 4 o 6 tazze. Per farmi mangiare, mia madre mi costringeva a osservare Giovannina, del basso di fronte, mentre bloccava il figlio sulla sedia e gli spingeva in gola un grosso cucchiaio colmo di cibo,  Giovannina lo liberava solo quando il piatto era vuoto, il bambino, Ciro, oggi fa il pizzaiolo. La domenica, nel vicolo, la faceva da padrone l’odore del ragù , Girella lo teneva sul fuoco per quasi tre ore, mio fratello Mario, di nascosto, ci bagnava dentro il pane e scappava a mangiarselo sotto la tavola, lei faceva finta di non accorgersene. La domenica era anche il giorno della paghetta, ci mettevamo seduti sullo scalino interno al basso e la nonna dopo averci fatto “spandicare” un po’, mollava le monete, alle bambine non più di 500 lire, per i maschi era diverso, con loro era però più esigente, dovevano fare “l’uommini” . Mia nonna era praticamente il salvavita per la gente del vicolo, un pronto soccorso no-stop , dalla medicazione all’aspirina, alla sigaretta sfusa,  uova, minerale e coca cola, birre e perfino gli assorbenti per le signorine con il ciclo improvviso. Le donne del vicolo, la domenica sera si ritrovavano tutte nel basso di Iolanda, la sua “commara”, per giocare a tombola  fino a tardi. Facevano un gran “casino”, girava caffè e qualche bicchierino di marsala, la nonna, anche se non vinceva, il giorno dopo ci regalava sempre delle monete. L’estate per noi bambini era bellissima, tutti al mare a Terracina. Girella rompeva il salvadanaio invernale e pagava la villeggiatura, cercava di tenere la famiglia unita. Agli inizi degli anni 90 arrivarono i  tempi duri, i miei genitori si separarono, pochi i soldi, studiavo ancora, fu lei, mia nonna, a prendere in mano la situazione, nello stesso periodo suo figlio più grande, mio zio Salvatore, veniva consumato da un male incurabile, nonna Girella si occupò anche della sua famiglia, poi toccò allo zio Enzo perdere il taxi,  lei ancora lì pronta a dare una mano. Nel 2000 la salute di nonna Girella  peggiorò così tanto che non riusciva più neanche a camminare, tutte le sue attività commerciali ormai non esistevano più, nel vicolo era rimasta solo mia madre, quella casa sembrava quasi una chiesa. Girella se ne andò nel sonno e nel suo letto, il 23 luglio del 2001. Grazie a lei ho terminato gli studi, sono infermiera, lavoro a Firenze, nel mio cuore restano le voci e le immagini di quei giorni, il sorriso di “donna Girella”, il mio manuale di sopravvivenza.

 Tonya

 

 

"Mia nonna"

 

Ero la più piccola e la più viziata della famiglia, sarà per questo che non ho voluto studiare, mi è sempre piaciuto spendere e spandere, ho lasciato a metà il mio primo anno di scuola superiore per andare a lavorare in una fabbrica di borse a Forcella, dove ho imparato un sacco di parolacce e vissuto le mie prime cotte. Nonna Girella mi “cazziava” di brutto, perché spendevo tutto ciò che guadagnavo in “ciuciummarie”, come le chiamava lei, "cose di sfizio" gli rispondevo io. Con lei parlavo di tutto, anche di sesso, gli piacevano i film gialli e drammatici, per questo litigava con nonno Gennaro, per lui esisteva solo Totò. Mi insegnò a riconoscere i soldi falsi e anche se non era andata a scuola faceva i conti “a memoria”, non sbagliava mai. Ricordo che ogni settimana, il venerdì, passava un tizio, “o’rammaro”, forse magliaro, non ricordo bene,  gli portava della biancheria che lei pagava a rate, la chiudeva in un baule, diceva che era per chi si sposava prima. Un pomeriggio, una primavera di fine anni 80, irruppe nel basso, tramite una soffiata di gelosia, la guardia di finanza. Sequestrarono e multarono. Girella affrontò anche un processo,  dovette fare 5milioni di debito; con le sigarette guadagnava 200 lire a pacchetto.

Nel 1996 la fabbrica dove lavoravo a nero, chiuse, persi contemporaneamente amiche e lavoro; dopo qualche mese trovai “un altro posto a nero”, un’altra fabbrica di borse, questa volta nel mio quartiere. Insieme al lavoro   trovai anche il mio grande amore, Antonio.

Antonio ha avuto un’infanzia difficile, cioè non l’ha proprio avuta, la madre andò via di casa che lui era ancora un moccioso, il padre è mezzo matto. Così si arrangiava per strada, si arrangiava un po’ troppo, tanto che per riconoscenza i giudici dei minori lo spedirono in vacanza premio a Nisida , dove ha imparato  a cucinare e lavorare la creta, ma non gli è mai servito a nulla, nessuno gli ha mai offerto un posto di lavoro. Quando ci siamo conosciuti  ha smesso di arrangiarsi, e anche se guadagnava di meno, è venuto a lavorare con me in fabbrica. Siamo stati fidanzati 4 anni poi ho fatto il “guaio”. Ci siamo sposati e 18 mesi fa è nato Alessandro .

Naturalmente non avevamo un soldo,  Alessandro è nato con un solo rene funzionante, l’inizio è stato brutto anche per lui. Questa nuova famiglia nullatenente all’interno di una famiglia già tutta scassata è stato un brutto colpo per mia madre. Nonna Girella con i suoi acciacchi si dava un gran da fare, nel basso vendeva di tutto, anche il detersivo, ma non si guadagnava un gran che. Il vicolo stava cambiando e anche la gente spendeva i soldi in maniera diversa, e poi i bassi vicini si erano riempiti di extracomunitari, che poverini, stavano peggio di noi. Le sigarette di contrabbando praticamente non si potevano più comprare per il costo altissimo, la gente chiedeva roba di marca e non c’era più neanche la pensione del nonno, morto due anni prima . Della nonna

ricordo la malinconia degli ultimi tempi, rimpiangeva il “casino gioioso” di quando eravamo più piccoli, delle tavolate in soggiorno con tutti i figli e i nipoti. Fino alla fine si è data da fare per aiutare tutti noi, a volte penso si sia lasciata morire di proposito, per non dare fastidio.

 

Barbara

 

 

Oggi in vico Campanile al consiglio, ai Quartieri Spagnoli, nel basso di nonna Girella, abita una famiglia di cittadini asiatici, Maria e Barbara, che è diventata mamma per la seconda volta, sono sempre al civico 20, le altre ragazze, Monica e Loredana, sposate e mamme, vivono e lavorano nel Veneto. Tonya a fine novembre 2007, dopo 8 anni di servizio presso l’ASL di Firenze, come infermiera di rianimazione, ha visto accolta la domanda di mobilità, ora è in servizio presso la ASL Na 1, è tornata a vivere con la madre e la sorella Barbara, in vico Campanile al Consiglio, ai Quartieri Spagnoli di Napoli.

 

  Tony Laruspa

Giornalista no profit della No Comment, informazione solidale