Quelle che gestivano la vita del vicolo erano sicuramente le donne che ci abitavano. Al mattino il quartiere si svegliava con loro. Le prime ad aprirsi erano le porte dei bassi, verso le otto. Qualche uomo era già uscito un paio di ore prima o era tornato da un turno di notte in qualche bar della zona al centro della città.Gli altri lavoravano nel quartiere o con botteghe di artigiani o con piccoli esercizi di primaria necessità .E tutti aprivano verso le otto,otto e mezza.Il fruttivendolo veniva da fuori con un furgoncino roboante e anche lui aspettava che le donne uscissero. Le donne prima facevano i servizi di casa e poi  accompagnavano i figli a scuola, quelli che ci andavano. Quelli che non ci andavano erano gli ultimi scugnizzi della fine degli anni Sessanta. Questi restavano nel vicolo facendone di tutti i colori e la situazione per forza di cose doveva essere gestita dalle donne. La più rispettata  non era necessariamente la più vecchia .Infatti, nel vicolo di fronte Port’ Alba a Piazza Dante, Donna Vincenza  non era la più anziana ma tra le donne mature era quella con più voce in capitolo perché più esposta. Otto figli e non so quanti nipoti e pronipoti tutti abitanti del vicinato. Praticamente un quarto della popolazione del rione faceva parte della sua famiglia. Di quanta gente potesse abitare in quelle stradine ci si poteva rendere conto durante i funerali che diventavano veri e propri cortei di manifestanti. Un’idea chiara se ne ebbe il 24 novembre del 1980 dopo la scossa di terremoto. Da quelle strade uscì tanta gente da riempire la Piazza.

Nella società di un quartiere napoletano la donna di circa quaranta anni fa aveva  questo tipo di potere. Le discussioni, i litigi,gli “appiccichi” più intricati venivano sedati dalle donne e gli uomini tenuti fuori. L’unico uomo che restava a far valere la posizione di supremazia maschile non era il marito di Donna Vincenza bensì Don Salvatore, il corrispettivo maschile di Donna Vincenza. Anche lui con una carretta di nipoti, pronipoti e quant’altro Dio poteva mandare. Risalire al bandolo della matassa di parentele e legami legittimi e illegittimi esistenti nel vico era ben complicato. La struttura del clan per cui tutti  appartengono a tutti era l’impalcatura su cui si reggevano gli equilibri delle relazioni di vicinato. Le donne tenevano in piedi questo delicato ingranaggio perché tutto  andasse avanti in grazia di Dio e ci mettevano rispetto e amore. Il rispetto veniva nominato spesso. I     bambini non è che capissero molto da dove partisse questo rispetto ma sapevano che era facile sbagliarsi e in nome del rispetto prendere tante botte. Ma .. come?.. oggi hai litigato con la figlia di Nonsocchì che ci appartiene perché lo zio di questa  ragazzina è  stato il compare di fazzoletto delle nozze del nonno buonanima! Insomma per i ragazzi era difficile capire ed erano mazzate se non rigavi dritto. Il rispetto andava dato oltre che alle figure-chiave del quartiere anche ai personaggi a ruolo fisso che popolavano le strade del centro di Napoli. Questi personaggi potevano essere comici o tragici ma non si potevano prendere in giro perché abitavano lì e quello era il loro habitat. Guai a inquinarlo con lo sberleffo. Altrove non avrebbero potuto vivere.

Tra le figure tragiche ricordo Bombolone. In realtà nessuno lo chiamava così nel quartiere ma in città veniva chiamato in questo modo per via di una grossa cisti di grasso che gli cresceva sulla fronte probabilmente causata dagli elettroshock. Bombolone viveva con  tre fratelli e i genitori  in uno dei bassi del vico. Il padre faceva il venditore ambulante di  giocattoli. La sua bancarella era aperta a orario continuato e la moglie gli portava in piazza il pranzo avvolto in un canovaccio da cucina. Lui si sedeva con le spalle alla piazza e mangiava per strada il suo piatto di pasta o di minestra, sempre imprecando contro la moglie. Era una famiglia inquietante. Urlavano e si picchiavano spesso. La capostipite era sempre vestita di nero e con una faccia afflitta .L’unica figlia femmina che aveva si chiamava Titinella. Due occhi neri come due tizzoni e un sorriso di perle bianche. Ma da quella casa uscivano sempre liti e urla. Ero troppo piccola per capire tutto. Mi ricordo soltanto che dopo un ennesimo parapiglia Titinella perse il sorriso e poi sparì da quella casa. Soltanto dopo tanti anni capii che era stata violentata da uno dei fratelli. Questa cosa fece morire la madre e poi il padre. Bombolone rimase alla mercé di suo fratello maggiore che non era più in gamba di lui ma soltanto più bastardo. Questo elemento mise alla porta il fratello  e a Bombolone non rimase che vagare per le strade del centro e sputare in faccia alla gente che passava.

Tra le figure comiche tutti o quasi ricordano Fortunato, il venditore di taralli e pagnottielli.Fortunato aveva un carretto da venditore ambulante  che si era costruito da solo montando un canestro di vimini sul telaio di un carrozzino da neonato. Il canestro lasciava arieggiare e manteneva fresca la mercanzia che Fortunato copriva con una coperta di lana per trattenere il calore. I taralli e i pagnottielli venivano forniti dal vapoforno di via Giovanni Brombeis.Scendendo da via Brombeis per uscire a Piazza Dante e cominciare la vendita, Fortunato cominciava a dare la sua “voce”:- Furtunat tene a’ rrobba bella ‘nzogna ‘nzogn!- e sempre sorridente chiamava nomi di donna: - Maria! Luisa! Elena!- Portava un cappellino di tela bianco da marinaio che insieme al mento un po’  sporgente lo faceva somigliare a Braccio di Ferro o almeno a me così sembrava. Noi bambini ridevamo ma non lo si poteva sfottere. Rispetto.Le sue grida al mattino e il suo inarrestabile sorriso  erano come di buono augurio per tutti. Erano gli inizi degli anni Settanta.

Verso i primi anni Ottanta  anche lui cominciava a farsi anziano ma continuava a vendere in una Napoli ormai diventata caotica al parossismo. Una sera entrò nel vicolo piangendo e neanche riusciva a spiegare cosa  gli era successo tante erano le lacrime che gli uscivano dagli occhi. Una donna fra quelli che gli corsero intorno  gli chiese:” Ma che t’ hanno fatto? T’hanno vattuto?”  “Si…” rispose tenero –“ e si sono rubati i miei soldi!” Io avevo circa vent’anni e mai avrei pensato che qualcuno potesse  avere  la cattiveria per picchiare Fortunato. Ma negli anni Ottanta la droga pesante aveva devastato Napoli e non solo. Quelli che lo avevano malmenato e derubato erano tossici senza memoria delle sue risate e delle sue grida sonanti. L’eroina si vendeva in parecchi posti sia nel quartiere che in Piazza dove c’era la Farmacia Notturna che distribuiva metadone ai tossicodipendenti schedati  e  muniti di ricetta. La  situazione cambiò dall’oggi al domani. La Piazza divenne il posto dove si riunivano tutti in attesa della dose. Molti ragazzi del quartiere caddero nella droga. Le donne litigavano tra loro scagliandosi contro chi aveva spinto il proprio figlio a drogarsi e quindi ne aveva causa e colpa. E la madre di quell’altro sfilava improperi e parolacce contro chi non aveva sensibilità per il suo dispiacere. Non si poteva fare niente. Scippi e furti avvenivano alla luce del sole.La richiesta di soldi per una fiala era giornaliera e costante. Si drogavano con arroganza e sfida anche sulle scale di casa e si aveva paura a uscire sul proprio pianerottolo. La tensione si respirava insieme allo smog e al rumore dei clacson che stordivano le strade di una città impazzita e in mano a dei pazzi.E’ stata una tensione che è durata per anni e anni. Le donne si agitavano cercando di salvare quelli che non ancora si erano persi. A Napoli comunque non ci si perde soltanto con la droga, come tutti ben sappiamo. Ma non si poteva fare molto. Al muro di fronte al portone del mio palazzo,vale a dire a 6 metri dal mio portone, era parcheggiata una Cinquecento blu che serviva ai pusher per depositarvi la dose di droga del cliente di turno. Io abitavo al primo piano e seguivo tutti i movimenti. Il pusher se ne stava appoggiato alla fine del vico e quando arrivava il cliente si guardavano negli occhi e insieme sparivano. Poi tornava prima lui e depositava la dose nella scocca della ruota posteriore che dava verso il muro. Dopo qualche minuto riappariva il drogato che si prendeva la bustina e andava via. Abbiamo denunciato non so  quante volte la cosa alla Polizia ma ci dicevano che non potevano rimuovere la macchina perché non esisteva una denuncia di furto e in sostanza nella macchina non c’era droga lasciata lì . E ti credo!

 Le macchine nei vicoli sono parcheggiate una dietro l’altra e trovare parcheggio a Napoli si sa è difficile. Liberato un posto subito lo si occupa. Tutti stavano attenti a quando si liberava il posto dietro la Cinquecento blu e la spingevano sempre più giù verso la piazza. Man mano la Cinquecento blu fu scaraventata in mezzo al traffico di Piazza Dante e soltanto allora vedemmo arrivare un poliziotto e qualche vigile. Oooh,ma finalmente! Lo Stato era presente! Con gli anni Ottanta morirono non soltanto tanti ragazzi ma morì anche la visione della vita di un vicolo. Voglio dire che chi si drogava o chi vendeva la droga mise a tacere per sempre le persone che  restarono fuori dall’affare. Perché di un grosso affare si trattava e per soldi si ruppero amicizie e relazioni storiche che del vicolo erano l’anima e il corpo. Al rispetto subentrò l’indifferenza per alcuni e l’indignazione per altri. Intanto le donne crescevano, si sposavano, facevano figli e andavano a lavorare. Il vicolo aveva perso le sue sacerdotesse. Al sacro si era sostituita l’assenza. Quello che restava erano i balordi e i  rassegnati. Oppure se hai la fortuna di avere un posto di lavoro ti crei il tuo mondo all’interno della tua famiglia e per il resto…fottettevi . E sennò? Te ne vai.

Lasciare Napoli è difficile perchè hai comunque nel tuo corredo di cromosomi sia il suo mare che la sua luce che ti porti appresso insieme al suo modo di vivere che è unico ed irripetibile. Ma negli ultimi anni era scomparso tutto e quello che stava prendendo il suo posto mi faceva star  male. I compromessi per poter vivere ci sono in tutte le città .Devi far compromessi col rumore,col traffico,i mezzi di trasporto,il ritmo incalzante. La città è così,lo si sa. Ma vivere a Napoli tra gli anni Ottanta e Novanta era diventato,almeno per me,  sempre piu’ difficile perché ti veniva chiesto di far compromessi non sulle strategie per vivere ma su tuoi principii. E allora no. Ora non voglio dire che tutti quelli che vivono a Napoli hanno buttato a mare i propri principii. Giammai. Anzi li considero piu’ bravi di me a reggere il ritmo. Sono piu’ forti .Io non lo sono o non voglio sforzarmi di esserlo per reggere certe storie o certe persone. Guai a chi  tocca la mia città ma posso dire che per tutti gli anni Ottanta e fino ai primi anni degli anni Novanta era stata data in mano a dei pezzenti. E la cosa mi faceva soffrire. Gli aneddoti e gli episodi incredibili sono inutili perché saranno capitate le stesse cose a chissà quanti come me ma io ho lasciato Napoli perché non si può odiare il luogo in cui sei nata. Odiavo Napoli in quegli anni perché era diventata una città che ti chiedeva sempre e tutto senza darti nulla in cambio a meno che tu non te lo prendevi per forza e   con arroganza o calpestando i diritti degli altri. Incontravi gente sempre piu’ esaurita  e gretta nei sentimenti e nell’anima. Dentro di loro soltanto il mito dei soldi e del consumismo. E tutto questo in una città con il piu’ alto indice di disoccupati. Una schizofrenica solitudine per l’anima che ti allontana. E allora te ne vai. Nel 1994. In piena Tangentopoli,quando il precario equilibrio di questa città era crollato definitivamente.

Adesso voglio di nuovo  bene a Napoli ma continuo a vivere a Milano. Non è piu’ bella di Napoli ma io non faccio paragoni perché penso  che Napoli sia una delle tre o quattro città piu’ belle del mondo. E sono contenta di esserci nata. Invece a  Milano è nato mio figlio e per questo ora sono affezionata anche  a questa città. Così va il mondo.

Dedico tutto questo a mia madre con la quale e contro la quale ho sempre lottato e talvolta continuo a lottare. Dedico a lei anche mio figlio e l’amore che mi lega suo padre. Mamma, come al solito ti prendi sempre tutto di me!!

 Anna Botta.